[vetrina in allestimento]


In lettura/rilettura:

James Gunn, Si garantisce la felicitĂ .
Vernor Vinge, Rainbows end.
Georges Perec, 53 giorni.
Paolo Zellini, Gnomon - Una indagine sul numero.
Thomas Pynchon, L'arcobaleno della gravitĂ .
William Gaddis, Le Perizie.


Recevaligia:


Recentemente letti/riletti:

Terry Pratchett, Feet of clay.
Terry Pratchett, L'arte della magia.
Terry Pratchett, La luce fantastica.
Terry Pratchett, Mort l'apprendista.
Terry Pratchett, The colour of magic - The graphic novel.
Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo dirci cristiani.
Terry Pratchett, Uomini d'arme.
Francesco Guccini, Cittanòva Blues.
Terry Pratchett, A me le guardie!.
Desmond Morris, Il cane, tutti i perché.
Arthur C. Clarke, 2001, odissea nello spazio.
Douglas Adams, Praticamente innocuo.
Douglas Adams, Addio e grazie di tutto il pesce.
Douglas Adams, La vita, l'universo e tutto quanto.
Douglas Adams, Ristorante al termine dell'universo.
Kurt Vonnegut, Mattatoio n°5.
Arthur Conan Doyle, The hound of Baskervilles.
Robert Luis Stevenson, Treasure Island.
Arthur Conan Doyle, A study in scarlet.
Georges Perec, W o il ricordo d'infanzia.
Joseph Conrad, Lo specchio del mare.
Michele Mari, Verderame.
Giampaolo Dossena, Dante
Donald Barthelme, Biancaneve
Giorgio Manganelli, Poesie
Paolo ALbani, La governante di Jevons
Ermanno Cavazzoni, Storia naturale dei giganti
Gianni Mura, Giallo su giallo
Giampaolo Dossena, Mangiare banane
Gianni Clerici, Zoo
Gianni Clerici, Alassio, 1939
David Foster Wallace, Oblio
Francesco Guccini, La legge del bar e altre comiche.
*


Testo della Legge Finanziaria 2008
così come approvata dal Senato il 15 novembre 2007.
Casomai, non so, qualcuno volesse...

Mancano


Ultimi Commenti

Blogger: pbeneforti

Olmo&Biru
Il blog a fumetti
ECOLALISTE
Il blog delle liste
Audiovaligia
Il blog degli audio-libri
Rece-Valigia
Il blog-archivio delle recensioni








View My Stats
Template: non è 'sto granché però l'ho fatto tutto da me, e quindi...
venerdì, 30 novembre 2007
Ulisse /Premessa 1: Dante

Questo benedetto post su Ulisse lo rimando da circa un anno e mezzo. Perché è impegnativo. Allora, ecco, meglio se lo spezzo e comincio a scriverne delle parti, dei lemmi.

Cominciamo da una questione che non sta all'inizio ma in medias res (*); e cioè il viaggio fatale di Ulisse descritto da Dante in Inferno XXVI.
Lo spirito di Ulisse in forma di fiamma racconta, su precisa richiesta di Virgilio, la propria morte ("dove, per lui, perduto a morir gissi"), ovvero del viaggio di 5 mesi oltre le Colonne d'Ercole che si conclude con il naufragio in cui muoiono Ulisse e tutto il suo equipaggio.

Ma a quale episodio dell'Odissea si riferisce il racconto dantesco? Evidentemente al viaggio di Ulisse nell'Ade (Odissea X-XI): dall'isola di Circe l'eroe parte verso occidente e, varcato l'Oceano, in un giorno di navigazione giunge sulle rive del regno di Plutone... No, non c'è nessun naufragio; anzi, l'Ulisse omerico, dopo aver parlato con le ombre dei morti, riprende il suo viaggio. Inoltre, per Dante, Ulisse e la sua "compagna picciola" arrivano in vista di Gibilterra partendo sì dall'isola di Circe ("Quando/ mi diparti' da Circe...") ma dopo molti anni: "Io e' compagni eravam vecchi e tardi/ quando giugnemmo a quella foce stretta/ ov'Ercule segnò li suoi riguardi". La descrizione dantesca, in certi tratti, ricorda in effetti non il viaggio di Ulisse nell'Ade ma l'ultimo viaggio, quello profetizzato da Tiresia che Ulisse dovrà affrontare dopo il ritorno ad Itaca, come una condanna: il Laertiade dovrà infatti viaggiare fino a trovare un popolo che non conosce le arti della navigazione e non fa uso di sale: un viaggio indeterminato, che può durare fino alla vecchiaia e dopo il quale Ulisse potrà morire serenamente in Itaca.

Ma questa lieve ambiguità è probabilmente fortuita. Dante, come è noto, non conosceva il testo omerico; le sue fonti sono i vari scrittori latini che hanno riportato episodi e personaggi dell'Odissea. Né si può dire con certezza quali di questi autori (che, tutti, tacciono sulla morte di Ulisse) Dante conoscesse.
Insomma, Dante ha inventato; e ha tirato fuori un'invenzione straordinaria.

Ah, prima di proseguire vorrei chiarire che non sto facendo l'esegeta spaccacapelli - la mia competenza appena amatoriale non me lo consentirebbe. Vado a parare da un parte precisa, alla fine.

Tra gli elementi notevoli dell'Ulisse dantesco c'è il fatto che uno dei suoi tratti principali - il desiderio di scoperta e di conoscenza ("l'ardore... a divenir del mondo esperto") contribuisce a creare la rilettura rinascimentale, umanistica e poi anche illuministica di Ulisse. Per Dante, Odisseo sta tra i dannati, e la sua colpa è grave: il sacrilegio (il furto della statua di Atena a Troia) e pure l'inganno ("e dentro da la lor fiamma si geme/ l'agguato del caval"). Ma assieme a questa grave colpa c'è anche il riconoscimento della grandezza del personaggio.
Dante insomma "inventa" una figura quasi positiva alla quale fa interpretare un ruolo delicatissimo e fortemente simbolico. Del resto, a giustificare formalmente - documenti alla mano, per così dire - una certa simpatia per questo Ulisse c'è il fatto che dai suoi peccati è scaturita la caduta di Troia, quindi la fuga di Enea e quel che ne segue (creazione della stirpe romana, bla bla, fondazione di Roma, bla bla, la sede papale, bla etc.).

Allora, ecco, l'Ulisse di Dante diventa l'incarnazione del nostos, il ritorno, come ineluttabile istinto umano.
Anche l'Odissea è interamente imperniata sul nostos; ma Dante intende creare un grande simbolo, un segno(**) (collocandosi in ciò perfettamente nella tradizione latina). Il suo Ulisse non cerca la patria, la moglie e la famiglia: cerca la conoscenza. E, giunto al confine ultimo dell'esplorazione consentita - le Colonne d'Ercole - sente che è proprio oltre quel limite che deve andare per trovare "vertute e canoscenza".
Questo Ulisse non sa, mentre si lancia nel "folle volo", che sta seguendo un altro, più forte desiderio di nostos: non il ritorno in patria ma quello verso l'innocenza primigenia. E non sa neanche che l'unico punto di arrivo possibile di tale viaggio è la morte. Arringa i compagni ricordando loro la "semenza" umana, ed ha ragione più di quel che crede.
La navigazione verso occidente è infatti un viaggio verso l'abisso: infatti sembra sempre notte ("Tutte le stelle già dell'altro polo..."; "lo lume era di sotto della luna..."), e già questo richiama l'aspetto dell'Ade, del mondo dei morti pagano (nell'Odissea Ulisse va verso l'Ade facendo rotta ad occidente: in greco zhopos=oscurità=occidente). Poi l'avvistamento della "montagna, bruna/ per la distanza". È la montagna del Purgatorio, in cima alla quale si trova il giardino dell'Eden (con l'albero della conoscenza, bla bla, peccato originale, bla). Ma lì non ci si può andare - di sicuro non un uomo vissuto prima della venuta di Cristo - e allora dalla "nova terra" parte una tromba d'aria ("un turbo")(***) che affonda la nave e uccide Ulisse e tutti i suoi compagni.
I commentatori hanno sempre parlato, a tal proposito, della punizione per il peccato d'orgoglio di Ulisse: non ci dovevi andare, ben ti sta. Ma Dante - che mette Ulisse all'inferno non per questo ma per gli altri peccati già detti - dice piuttosto che quel desiderio di conoscenza è il più alto e il più forte "desio" che l'uomo sente; e che non può non seguirlo anche se non ha altro punto d'arrivo che la morte.
Del resto anche Beatrice (Purg. XXXIII) dice a Dante (e lo invita a prender nota, scrivitelo perbenino ché poi lo devi dire agli altri, giù) "del viver ch'è un correre alla morte". Insomma, si può dire e citare molto altro per chiarire questo punto, ma ora sorvolo.

Quindi c'è questo denso edificio ontologico di cui l'Ulisse dantesco si fa "segno".

Ora, che succede circa 200 anni dopo Dante? Succede il fatto forse più importante del Rinascimento: Colombo scopre l'America; inizia l'era delle grandi esplorazioni; le carte geografiche vanno ricomprate tutte. Si può, eccome, andare oltre l'oceano!
E del modello dantesco (e classico) che ne è? La fortuna della Comoedia, alla fine del '400, è già iniziata e non si fermerà più. Inoltre anche l'Odissea ha ricominciato a circolare.
Ed ecco allora la cosa straordinaria: la forza poetica dell'Ulisse dantesco (e la grandezza dell'opera di Dante nell'insieme) fa sì che la vicenda del canto XXVI dell'Inferno, invece di essere indebolita dalle scoperte geografiche, ne diventa l'esaltazione. Colombo stesso viene salutato come novello Ulisse; Vespucci scrive lettere in cui cita quei versi di Dante. La "nova terra", il Purgatorio, sembra la "profezia" poetica del Nuovo Mondo - un nuovo Eden.

L'oscurità, la morte, il naufragio voluto da quella insondabile volontà ("come altrui piacque!", verso la cui terribile grandezza torna nel '900 negli scritti di Primo Levi e poi di altri); gli elementi insomma di cupa ineluttabilità che Dante ha caricato sul suo personaggio si stemperano e passano in secondo piano, per i lettori rinascimentali. Ne risulta evidenziato l'aspetto di Ulisse come esploratore, caparbiamente in cerca della scoperta, del sapere; e questo aspetto guida anche la rilettura del testo omerico, tanto che il Canto di Ulisse finisce per apparire come uno degli elementi di congiunzione e di tradizione (per mezzo della poesia) tra il sapere antico e l'episteme moderna, fino a diventare ("Fatti non foste a viver come bruti...") uno dei vessilli della nascente scienza sperimentale.
(1.segue)

(*) Come scriveva Anacleto Bendazzi, la Divina Commedia è inferiore alla Bibbia come compiutezza e universalità: la seconda inizia infatti "In principio", mentre la prima "Nel mezzo". ;)
(**) Nel senso indicato da Piero Boitani - la mia fonte principale - in "L'ombra di Ulisse", Il Mulino 1992.
(***) Qui mi viene in mente quando si rompe l'otre dei venti di Eolo (Odissea X), ma questa è proprio una suggestione personale.


p.s. Questo post non c'entra niente con la Lectura Dantis fatta da Benigni ieri: l'ho scritto prima e neanche ricordavo che ci sarebbe stata. Ecco.


martedì, 30 ottobre 2007
L'arte di appuntare le matite

Ovvero, questo sito qua.
Eh, ci ha una sua poeticità che sta tra L'Enciclopedia dei Quindici, le pratiche Zen e l'horror domestico.
(Trovato da lui.)


martedì, 02 ottobre 2007
Se il respiro si fa corto

Avvertenza: questo post è inadatto a lettori di età inferiore a 40 anni.

Soggetto: costruire un modello semplice di parabola del percorso volitivo dell'individuo medio fondato sull'ipotesi seguente:


Giovinezza: Vorrei ma non posso.
Maturità: Potrei ma chi me lo fa fare?

con l'aggiunta degli estremi (ininfluenti)

Infanzia: Voglio tutto! Uèeeeeee! Nghè.
Vecchiaia: Voglio ciò che ho avuto ieri.


Svolgimento:





.


domenica, 11 marzo 2007
The show goes on

Su Repubblica di qualche settimana fa, pagine culturali, due begli articoli mi hanno stimolato altrettanti post. Con lo zelo che mi contraddistingue ultimamente, eccomi a vergarne uno - quasi un mese dopo.

Guy DebordQuarant'anni fa usciva "La società dello spettacolo" di Guy Debord. Un ottimo articolo del saggista Antonio Gnoli (cfr. "I prossimi titani. Conversazioni con Ernst Jünger") ricorda l'utopia e la lungimiranza di questo testo celebre, all'epoca di grande impatto - molto citato ma non altrettanto letto (e anche abbastanza dimenticato, almeno come approccio di ulteriori studi).

In effetti il capitalismo moderno - il mercato moderno - si è fatto un sol boccone di Debord e delle sue velleitarie utopie. Il Situazionismo è stato risucchiato nel venir meno di tutti i fermenti culturali e politici di fine anni 60/inizio 70. E bisogna ammettere che il linguaggio di Debord e la parte propositiva/ottativa del suo testo prestavano il fianco a tale fraintendimento.

Dico "fraintendimento" perché - come nel caso di Marx un secolo prima - in Debord c'è una parte di analisi della società  che sta benissimo in piedi anche senza l'altra parte, quella degli intenti e degli obiettivi. E quella parte di analisi resta ancora valida e attuale, anche se la realtà del mercato globale è andata persino oltre le previsioni di Debord, ed ha nel frattempo sviluppato la capacità di assimilare le voci di dissenso o di semplice distinzione: invece di combatterle o isolarle le trasforma in spettacoli anch'esse (possibilmente a pagamento).
È, questa, una capacità  che è cresciuta in tutti questi 40 anni. Paradossalmente anche l'impatto "rivoluzionario" dei fermenti sociali e politici degli anni dal 1968 a (diciamo) il 1977 (almeno in Italia) ha contribuito a far crescere questa capacità di disinnescare assimilando.

Niente di nuovo, nel dire oggi tutto ciò. Don DeLillo, in Cosmopolis (2003), ha dipinto il capitalismo moderno proprio in quei termini: il dissenso come sfogo necessario ma neutralizzabile (ed infatti quel romanzo suonava un po' datato appena uscì).
Vari altri scrittori (Lethem, Wallace etc - memoria mia poca) nell'ultimo decennio hanno descritto il mondo contemporaneo mettendone in risalto il grottesco, l'assurdo, il teatrale. Gli scrittori, cioè, colgono quel mutamento "patologico" della realtà attuale per cui i comportamenti veri e quotidiani tendono ad imitare quelli fittizi inscenati per far vendere le merci. L'elemento patologico, in ciò, è nel fatto che anche l'identità e l'equilibrio dei singoli si adeguano alla logica del mercato. (Cfr. Dorfles, "Fatti e fattoidi".)
Tutto ciò è in effetti il compimento delle peggiori previsioni di Debord, il quale infatti, nei "Commentari sulla società dello spettacolo" (1988), concludeva che "Il vero ha smesso di esistere quasi dappertutto, e il falso indiscutibile ha ultimato la scomparsa dell'opinione pubblica".

Ciò nondimeno, dicevo, l'analisi di Debord mantiene validità (specie se la si spoglia degli orpelli linguistici della critica marxista): lo dimostra il fatto che la sostanza di essa - cioè la descrizione del potere politico - prefigura quella crisi del sistema democratico che oggi si comincia ad avvertire e di cui si è iniziato a parlare solo da qualche anno.

L'altro post che volevo fare prenderebbe spunto dall'articolo di Gabriele Romagnoli sul successo degli autori "antireligiosi". Ma ora gnaafò.


martedì, 14 marzo 2006
Chi è?

Chi è
quel celebre intellettuale
che in gioventù resto ammaliato e affascinato da Hitler,
al punto da auspicare che gli oppositori di un regime filofascista
venissero "arrestati e massacrati di botte",
e che scrisse che "Per il trionfo della sua causa un dittatore ha il diritto
di eliminare quelle poche creature che osteggiano il movimento per ragioni puramente soggettive
", chi è, dunque?


La risposta sta in questo libro.

(Dal Domenicale del 5 febbraio scorso.)


lunedì, 23 gennaio 2006
Dai pittogrammi alle emoticons

Una roba apparentemente circolare, cioè tipo: ...riverrun, past Eve and Adam's... E in effetti, se non da Adam&Eve, a tempi poco più recenti si risale:
lineareb2Epperò, e però, le immagini si possono modificare, storpiare, variare, ed è loro natura e ricchezza permetterlo; laddove le parole vogliono scrittori saltimbanchi e lettori trapezisti, per riuscire.


venerdì, 30 settembre 2005
Steiner e la letteratura inutile

steinerpicsu Repubblica di ieri George Steiner risponde ad alcune domande sulla letteratura e la scienza, mostrando - e motivando - ancora una volta la sua poca considerazione per la letteratura di oggi.
su quello spunto, qualche considerazione.
il confronto-scontro tra cultura umanistica e cultura scientifica è in voga da quasi un secolo, però, appunto, non tramonta. ed è giusto che sia così, vista la sempre crescente presenza della tecnologia nella società occidentale (e non solo) e la parallela carenza di senso che tale presenza porta con sé. il conflitto è del resto testimoniato dalla ignoranza in materia di scienze che non sembra affatto ridursi; nonché dalle ininterrotte voci di protesta contro il presunto predominio della cultura scientifica (un paradosso, in effetti).

ma non voglio allargare troppo il discorso. prendo un passo dell'intervista a Steiner: "L'opinione, qui a Cambridge, è che siamo prossimi all'apertura delle ultime tre grandi porte. La prima è quella sulla creazione della vita in vitro: le chiamano molecole replicanti. Poi c'è la chiave della nascita dell'universo: secondo Hawking stiamo per conquistarla. Infine la coscienza: Crick sostiene che la possibilità di dire "io" è un fatto chimico, che riguarda la sistemazione delle molecole di carbonio attorno alle sinapsi. Di fronte a queste tre porte, che senso ha un romanzetto inglese su un adulterio a Londra? Quando si riuscirà ad impiantare una memoria nuova nei malati di Alzheimer si modificheranno le nostre concezioni di responsabilità, identità, parentela... Se fossi uno scrittore cercherei di occuparmi di questi temi".

ora, è evidente che la quasi totalità degli scrittori *non* si occupa di quei temi (tocca pensare all'Houellebecq delle Particelle elementari e, a quanto ho capito, a quello dell'ultimo "La possibilità di un'isola"). del resto gli scrittori non hanno la preparazione per trattare quelle questioni; o anche quando ce l'hanno preferiscono decisamente parlare di cose pressoché opposte, anche perché i temi imposti all'attenzione dei singoli, letterati compresi, sono quelli veicolati dai mass media, i quali di questioni scientifiche si occupano ben poco.

chiaramente non penso affatto che parlare d'altro, in letteratura, significhi fare letteratura insignificante; ma è una cosa vistosa il fatto che, di fronte ad una così massiccia e ramificata presenza della tecnologia - povera in sé di senso -, la letteratura abbia rinunciato a parlarne - e a provare a darle senso.

Jannis Kounellis, qualche anno fa, provò a proporre l'idea di dare all'arte il ruolo di portatrice di etica per l'economia. l'economia ovviamente se n'è fregata altamente, ma non per questo l'idea era sbagliata.