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Gianni Clerici, Alassio, 1939
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Template: non è 'sto granché però l'ho fatto tutto da me, e quindi...
giovedì, 07 febbraio 2008
Prendendo spunto dal box di consigli circolato recentemente (e piuttosto discutibile) - e dato che la lista analoga di Eco l'ha già postata lui, ho pensato di alzare un filo il livello (ovvero rimarcare supponenza :D) postando i XIII consigli di scrittura di Walter Benjamin.Walter Benjamin
La tecnica dello scrittore in tredici tesi
tratto da: Strada a senso unico (Einaudi, 1983)
I. Chi intende procedere alla stesura di un'opera di vasto respiro si dia buon tempo e, al termine della fatica giornaliera, si conceda tutto ciò che non ne pregiudica la continuazione.
Queste 13 tesi sono un po' datate, qua e là. Ma questo punto qui vale sempre.
II. Parla di quanto hai già scritto, se vuoi, ma non farne lettura finché il lavoro è in corso. Ogni soddisfazione che in tal modo ti procurerai rallenterà il tuo ritmo. Seguendo questa regola, il desiderio crescente di comunicare diverrà alla fine uno stimolo al compimento.Questa è grosso modo una bestemmia per chi mette in rete ogni riga, anche come work in progress. Però io farei così, ecco.
III. Nelle condizioni di lavoro cerca di sottrarti alla mediocrità della vita quotidiana. Una mezza quiete accompagnata da rumori banali è degradante. Invece l'accompagnamento di uno studio pianistico o di uno strepito di voci può rivelarsi non meno significativo del silenzio tangibile della notte. Se questo affina l'orecchio interiore, quello diventa il banco di prova di una dizione la cui pienezza soffoca in sé persino i rumori discordanti.Ricordiamo che Benjamin parla di saggistica, in fondo; e una saggistica sostanzialmente critica.
IV. Evita strumenti di lavoro qualsiasi. Una pedante fedeltà a certi tipi di carta, a penne e inchiostri ti sarà utile. Non lusso, ma dovizia di codesti arnesi è indispensabile.
Aggiornando: tastiere comode, monitor non troppo luminosi, software familiare.
V. Non lasciarti sfuggire alcun pensiero, e tieni il tuo taccuino come le autorità tengono il registro dei forestieri.
Moleskine? No, grazie. E Twitter non credo vada bene. :D
VI. Rendi la tua penna sdegnosa verso l'ispirazione ed essa l'attirerà a sé con la forza del magnete. Quanto più lento sarai nel decidere di mettere per iscritto un'intuizione, tanto più matura essa ti si consegnerà. Il discorso conquista il pensiero, ma la scrittura lo domina.
Putroppo un pessimo scrittore sarà anche un pessimo "autocritico", per quanto rumini i propri pensieri.
VII. Non smettere mai di scrivere perché non ti viene più in mente nulla. E' un imperativo dell'onore letterario interrompersi solo quando c'è da rispettare una scadenza (un pasto, un appuntamento) o quando l'opera è terminata.
E qui anche i blogger più trash cominciano ad amare Benjamin. (Notare lo snobismo intellettuale della seconda frase: se ho una scadenza per la mia scrittura, allora non scrivo. Ecché!)
VIII. Occupa una stasi dell'ispirazione con l'ordinata ricopiatura del già scritto. L'intuizione ne sarà risvegliata.
Fare copiaincolla non ha lo stesso effetto.
IX. Nulla dies sine linea: sì, però qualche settimana.
E qui invece i blogger si perplimono. ;)
X. Non considerare mai perfetta un'opera che non t'abbia tenuto una volta a tavolino dalla sera fino a giorno fatto.
Sarà per questo che non inizio neanche, a scrivere.
XI. La conclusione dell'opera non scriverla nel solito ambiente di lavoro. Non ne troveresti il coraggio.
Un filo di romanticismo; ed emerge il flaneur Benjamin.
XII. Gradi della composizione: pensiero, stile, scrittura. Il senso della bella copia è che in questa fase l'attenzione va ormai soltanto alla calligrafia. Il pensiero uccide l'ispirazione, lo stile vincola il pensiero, la scrittura ripaga lo stile.
(Fa niente, Benjamin è così.)
XIII. L'opera è la maschera mortuaria dell'idea.
(...Ed è anche così.)
(Non cercavate mica regole per scrivere un best seller, vero?)
(Non cercavate mica regole per scrivere un best seller, vero?)
P.s.: Se non l'ho già detto, io, benché straparli di letteratura in rete da 10 anni - e con una certa logorrea - non ho mai pensato di scrivere.
Certo, se mi viene in mente un candidato best seller, magari cambio idea.
Certo, se mi viene in mente un candidato best seller, magari cambio idea.
venerdì, 22 settembre 2006
Ho fatto un titolo che sembra preso da "Asterix e Cleopatra", dove c'è il cattivo che fa colazione leggendo la sua copia di FaraoneSera. Ma del resto...
Oggi su Repubblica Salvatore Settis aggiunge un'ulteriore replica alla querelle sul Papiro di Artemidoro. E lo fa sfilandosi - per ora - dal proseguire la tenzone con Luciano Canfora a colpi di articoli di quotidiani (ne sono usciti mi pare 13 in una settimana; i due illustri accademici verranno certamente invitati alla prossima edizione de L'isola dei famosi).
Settis in sostanza dice che non può rispondere compiutamente alle questioni poste da Canfora finché lo studio e la pubblicazione dei dati sul papiro non saranno completati (tra qualche mese, pare). Continuare la "guerra" a colpi di articoli è inutile, dice il direttore della Normale di Pisa confermando comunque, ovviamente, le proprie tesi.
Gli articoli usciti in precedenza si possono leggere nelle rassegne stampa qui (scansioni PDF) e qui (solo testi).
Particolarmente interessanti l'intervista a Canfora sull'Unità del 17 scorso e l'articolo perplesso e un po' preoccupato di Ernesto Ferrero su La Stampa. Quest'ultimo, Ferrero, scrive infatti: "L'affaire mi riguarda anche personalmente: come autore e come torinese. Come autore, perché la Compagnia per l'Arte della Compagnia di San Paolo mi ha commissionato un romanzo che è una libera reinvenzione narrativa della vicenda. Ha come titolo La misteriosa storia del papiro di Artemidoro, è uscito in prima battuta come allegato della Stampa e adesso è stato ripubblicato nei Tascabili Einaudi." Ferrero teme (spera) insomma di diventare un Dan Brown involontario.
In ogni caso continua a sembrare curiosa l'asprezza del confronto e soprattutto lo spazio che ha avuto sulla stampa quotidiana: impossibile non sospettare che tale rilevanza mediatica sia dovuta più alla notorietà e all'impegno civile dei due intellettuali che all'argomento dibattuto (per dire: attaccare Settis vuol dire anche attaccare colui che il ministro Rutelli ha nominato due mesi fa presidente del ricostituito Consiglio superiore dei Beni culturali; ma questa è dietrologia, discorsi poco seri, roba da blog; ah già!, questo è un blog).
Oggi su Repubblica Salvatore Settis aggiunge un'ulteriore replica alla querelle sul Papiro di Artemidoro. E lo fa sfilandosi - per ora - dal proseguire la tenzone con Luciano Canfora a colpi di articoli di quotidiani (ne sono usciti mi pare 13 in una settimana; i due illustri accademici verranno certamente invitati alla prossima edizione de L'isola dei famosi).
Settis in sostanza dice che non può rispondere compiutamente alle questioni poste da Canfora finché lo studio e la pubblicazione dei dati sul papiro non saranno completati (tra qualche mese, pare). Continuare la "guerra" a colpi di articoli è inutile, dice il direttore della Normale di Pisa confermando comunque, ovviamente, le proprie tesi.
Gli articoli usciti in precedenza si possono leggere nelle rassegne stampa qui (scansioni PDF) e qui (solo testi).
Particolarmente interessanti l'intervista a Canfora sull'Unità del 17 scorso e l'articolo perplesso e un po' preoccupato di Ernesto Ferrero su La Stampa. Quest'ultimo, Ferrero, scrive infatti: "L'affaire mi riguarda anche personalmente: come autore e come torinese. Come autore, perché la Compagnia per l'Arte della Compagnia di San Paolo mi ha commissionato un romanzo che è una libera reinvenzione narrativa della vicenda. Ha come titolo La misteriosa storia del papiro di Artemidoro, è uscito in prima battuta come allegato della Stampa e adesso è stato ripubblicato nei Tascabili Einaudi." Ferrero teme (spera) insomma di diventare un Dan Brown involontario.
In ogni caso continua a sembrare curiosa l'asprezza del confronto e soprattutto lo spazio che ha avuto sulla stampa quotidiana: impossibile non sospettare che tale rilevanza mediatica sia dovuta più alla notorietà e all'impegno civile dei due intellettuali che all'argomento dibattuto (per dire: attaccare Settis vuol dire anche attaccare colui che il ministro Rutelli ha nominato due mesi fa presidente del ricostituito Consiglio superiore dei Beni culturali; ma questa è dietrologia, discorsi poco seri, roba da blog; ah già!, questo è un blog).
lunedì, 18 settembre 2006
Quod demonstrandum erat, ieri sul Corriere Luciano Canfora risponde a Salvatore Settis con una mezza paginata di puntini sulle i, questioni e confutazioni. Non lo fa però per le rime, Canfora; nel senso che non raccoglie le sarcastiche provocazioni di Settis e ignora tutte le obiezioni che il Rettore della Normale di Pisa ha messo nel suo articolo su Repubblica con lo scopo evidente di far da sfottò.Luciano Canfora invece risponde molto tecnicamente e solo ai punti che ritiene rilevanti. Si vede che il sarcasmo di Settis non gli è piaciuto.
Ovviamente non entro nel merito del contendere (come potrei?), però la risposta canforiana scaccia il mio sospetto di una concordata ostentazione di piume. Ancor più interessante sarebbe a 'sto punto sapere quali regresse belligeranze e insoluti sgarri stiano alle spalle di cotanto incrociar di alabarde. Fazioni politiche? Cattedre contese? Offese ai padri (intesi come insegnanti di riferimento) ("Pater, hercle, tuus - ille inquit - male dixit mihi!")? Ah, saperlo! Saperlo!
Dal Corriere di ieri, tra l'altro, vengo anche a sapere che la vexata quaestio non è iniziata sabato su Repubblica, bensì giovedì sul Corriere; ed è proseguita, con interventi di altri filologi di chiara fama, ancora sul Corriere, su Avvenire, su La Stampa e su QN. Almeno 7 articoli corposi in pochi giorni su quotidiani nazionali.
E tutto per discutere dell'autenticità di un papiro!
Mi piacerebbe procurarmi gli altri articoli, a questo punto. Dopo di che scrivo a Canfora e chiedo lumi dietrologici (perché ovviamente io sto dalla sua parte, salvo sorprese): in passato rispose con cordialità, può darsi lo faccia ancora.
mercoledì, 12 luglio 2006
Comunicazione di servizio: ho aperto un altro blog. Mi serve per metterci alcune delle recensioni (si fa per dire) e dei post di critica (si fa per ridere) scritti in passato e già pubblicati su usenet. I post di Rece-valigia saranno comunque linkati via via qui nella colonna di sinistra.
Ugh!
Ugh!
lunedì, 14 novembre 2005
A me, che nel 2005 si vogliano labellare le 'cose' del 'terzo millennio' (o anche "il/la ... del secolo"), a me mi suona ridicolo - e pazienza finché lo fanno i giornalisti, le cui parole volano nell'arco di 24 ore.
Ciò nondimeno volevo linkare la proposta di Davide Bregola, il quale chiede a chi voglia dargliela (critici, scrittori, lettori) un'opinione sul romanzo italiano prossimo venturo: quale debba essere, quale si preferirebbe fosse, quale ci si rammarica che si preannunci.
Ha senso cercare di stilare questa sorta di manifesti programmatici? No.
O meglio: non ha senso se deve essere un 'dettare la linea' in stile anni '70 (anni '60, anni '50): sono operazioni che, se malauguratamente hanno successo, ottengono solo di a) favorire la pubblicazione di opere sterili; b) (soprattutto!) ostracizzare pregiudizialmente chi non si allinea.
Può aver senso invece come pretesto per parlare di generi (anche se oggi un sacco di gente odia parlare di generi), di finalità della scrittura narrativa, di panorama delle nazionali lettere. E' anche vero che questa cosa del pontificare su cosa si debba o non si debba scrivere produce montagne di bit (e collinette di inchiostro) che passano e vanno più o meno come le parole dei giornalisti di cui sopra.
Tutta 'sta premessa è probabilmente solo l'excusatio non petita (ay!, culpa manifesta) del fatto che io avrei un'idea di cosa mi piacerebbe leggere. Ma sottolineo: di ciò che come lettore mi piacerebbe leggere, cioè di cosa vorrei che si scrivesse in più, che si scrivesse anche. Lungi da me il dire agli scrittori cosa scrivere o cosa non scrivere; però, agli scrittori che hanno un'affinità coi miei gusti, vorrei dire: presente! se scrivete quella roba lì io vi leggo.
Quella roba lì ho già detto in passato in cosa consista: l'ho detto qua e anche qua. Aggiungo magari anche ciò che ho detto qua, verso la fine (ops! non è in archivio; allora riassumo: narrativa che fa inchiesta; che, con la libertà della finzione, dice ciò che il giornalismo non dice quasi più su fatti reali, importanti, politici).
Poi magari mando anche la mail che Bregola chiede per contribuire al suo 'sondaggio'. Accidia permettendo.
Ciò nondimeno volevo linkare la proposta di Davide Bregola, il quale chiede a chi voglia dargliela (critici, scrittori, lettori) un'opinione sul romanzo italiano prossimo venturo: quale debba essere, quale si preferirebbe fosse, quale ci si rammarica che si preannunci.
Ha senso cercare di stilare questa sorta di manifesti programmatici? No.
O meglio: non ha senso se deve essere un 'dettare la linea' in stile anni '70 (anni '60, anni '50): sono operazioni che, se malauguratamente hanno successo, ottengono solo di a) favorire la pubblicazione di opere sterili; b) (soprattutto!) ostracizzare pregiudizialmente chi non si allinea.
Può aver senso invece come pretesto per parlare di generi (anche se oggi un sacco di gente odia parlare di generi), di finalità della scrittura narrativa, di panorama delle nazionali lettere. E' anche vero che questa cosa del pontificare su cosa si debba o non si debba scrivere produce montagne di bit (e collinette di inchiostro) che passano e vanno più o meno come le parole dei giornalisti di cui sopra.
Tutta 'sta premessa è probabilmente solo l'excusatio non petita (ay!, culpa manifesta) del fatto che io avrei un'idea di cosa mi piacerebbe leggere. Ma sottolineo: di ciò che come lettore mi piacerebbe leggere, cioè di cosa vorrei che si scrivesse in più, che si scrivesse anche. Lungi da me il dire agli scrittori cosa scrivere o cosa non scrivere; però, agli scrittori che hanno un'affinità coi miei gusti, vorrei dire: presente! se scrivete quella roba lì io vi leggo.
Quella roba lì ho già detto in passato in cosa consista: l'ho detto qua e anche qua. Aggiungo magari anche ciò che ho detto qua, verso la fine (ops! non è in archivio; allora riassumo: narrativa che fa inchiesta; che, con la libertà della finzione, dice ciò che il giornalismo non dice quasi più su fatti reali, importanti, politici).
Poi magari mando anche la mail che Bregola chiede per contribuire al suo 'sondaggio'. Accidia permettendo.
giovedì, 10 novembre 2005

Avevo letto cose di Balestrini tanti anni fa; occasionalmente mi è capitato ancora, ogni tanto, di trovare qualche sua poesia.
Ma, non avendo allora ancora accettata la mia vera natura, relegavo il gradimento per quelle letture nell'ammezzato dei divertissement.
Ma ora che i veli si sono, già da tempo, lacerati; ora che, casualmente, mi sono procurato 5 vecchie edizioni di vecchi libri Suoi(*), ovvero di uno dei pochi e semidimenticati oulipiani italiani; ora che la rapida lettura-zapping di parti di quei libri mi ha reso, in quella direzione, la vista, sì come Saulo soccorso da Anania; ora non più nasconderò a me stesso e allo mondo intiero la mia devozione amorosa nei confronti di colui le cui opere, a partire da questo istante, mi affretterò a procurarmi costi quel che costi.
Ch volesse darmi il proprio aiuto in tale recherche, ha fin da ora la mia gratitudine morale e materiale.
I libri giuntimi, che dunque posseggo, sono i seguenti:
La violenza illustrata, Einaudi 1976
Ipocalisse, Scheiwiller 1986
Il pubblico del labirinto, Scheiwiller 1992
Le ballate della signorina Richmond, Cooperativa scrittori 1977
Il ritorno della signorina Richmond, Edizioni Becco giallo 1987.
(*) Rendo profondi ringraziamenti a Luca Letturalenta che me li procurò materialmente.
mercoledì, 09 novembre 2005
"Potremmo ovviamente liberare negli strati alti dell'atmosfera la nostra ormai collaudata tossina pesce-palla, che provoca all'istante crisi di identità. Non ci sono particolari problemi tecnici da risolvere. E' di una facilità quasi risibile. Potremmo anche immettere fino a due milioni di larve nel loro riso nello spazio di ventiquattr'ore. Le larve sono già pronte, ammassate in certi depositi segreti dell'Alabama. Abbiamo freccette ipodermiche capaci di screziare la pigmentazione del nemico. Abbiamo mezzi per far marcire, imputridire, arrugginire il loro alfabeto. Sono cose eccezionali. Abbiamo una sostanza chimica astringi-capanne che penetra nelle fibre dei bambù, facendo sì che la capanna soffochi i suoi occupanti. E diviene operativa solo dopo le 10 di sera, quando la gente dorme. La loro matematica è in balìa di un numero irrazionale, inventato da noi, che provoca suppurazione. Abbiamo addestrato una certa specie di pesci ad aggredire i loro pesci. Abbiamo il letale telegramma stritola-testicoli. E le società dei telegrafi sono pronte a collaborare. Abbiamo una sostanza di colore verde che, bè, meglio non parlarne. Abbiamo una parola segreta che, se pronunciata, produce fratture multiple in ogni essere vivente che sitrovi entro un'area vasta come quattro campi da football..."
Donald Barthelme, "Relazione" (in "Atti innaturali, pratiche innominabili") (neretti miei)

Donald Barthelme, "Relazione" (in "Atti innaturali, pratiche innominabili") (neretti miei)

martedì, 08 novembre 2005
...
Non vado più a far le ferie con lui
Vuole sempre usare la mia macchina.
E io
non vado più a far le ferie con lui.
Da Milano a Bologna
ottantamila lire
solo di panini.
Adesso gli faccio fare una modifica.
Ho trovato un meccanico
che mi farà una modifica:
la faccio mettere a toast.
Spenderò qualche lira di più
però lui non potrà più usare la mia macchina
Dammi indietro gli orecchini di mia suocera.
Quelli bianchi e neri a righe, dammeli indietro!
Perché devi essere così?
Non prendere scuse, ammetti di aver sbagliato!
Perché devi essere così?
...
Non vado più a far le ferie con lui
Vuole sempre usare la mia macchina.
E io
non vado più a far le ferie con lui.
Da Milano a Bologna
ottantamila lire
solo di panini.
Adesso gli faccio fare una modifica.
Ho trovato un meccanico
che mi farà una modifica:
la faccio mettere a toast.
Spenderò qualche lira di più
però lui non potrà più usare la mia macchina
Dammi indietro gli orecchini di mia suocera.
Quelli bianchi e neri a righe, dammeli indietro!
Perché devi essere così?
Non prendere scuse, ammetti di aver sbagliato!
Perché devi essere così?
...
giovedì, 03 novembre 2005
"English writers for the most part try to follow Orwell's dictum that prose should be a pane of clear glass through which you look," he said. "But Irish writers think of prose style as a distorting lens. We love that ambiguity; we love that a word can have three or four meanings at the same time."
Questo il pensiero di John Banville riportato in un articolo sul New York Times. Banville è uno scrittore; non c'è problema a perdonargli questa categorizzazione fatta con l'accetta tra scrittori inglesi e irlandesi.
E John Banville ha vinto da poco il Man Booker Prize, ovvero il "Britain's most influential literary award", suscitando un certo disappunto nell'ambiente editoriale e letterario britannico (così dice almeno l'articolista del NYT, Sarah Lyall).
Ora, John Banville è assai tradotto in italiano; quindi qualcuno che lo ha letto lo dovrei trovare. Potrebbe costui farmi sapere che roba scrive mr.Banville? Così mi regolo, dato che in ciò che ho trovato su di lui ci sono sia argomenti pro che contro il mio gusto.
Thanx in advance.
Questo il pensiero di John Banville riportato in un articolo sul New York Times. Banville è uno scrittore; non c'è problema a perdonargli questa categorizzazione fatta con l'accetta tra scrittori inglesi e irlandesi.
E John Banville ha vinto da poco il Man Booker Prize, ovvero il "Britain's most influential literary award", suscitando un certo disappunto nell'ambiente editoriale e letterario britannico (così dice almeno l'articolista del NYT, Sarah Lyall).
Ora, John Banville è assai tradotto in italiano; quindi qualcuno che lo ha letto lo dovrei trovare. Potrebbe costui farmi sapere che roba scrive mr.Banville? Così mi regolo, dato che in ciò che ho trovato su di lui ci sono sia argomenti pro che contro il mio gusto.
Thanx in advance.
mercoledì, 02 novembre 2005
Questo articolo sull'edizione online del Times Literary Supplement recensisce una monografia su Iain Sinclair. L'articolo parla di "psicogeografia" (cosa che a me fa venire in mente la Psicostoriografia di asimoviana memoria); in effetti Sinclair è un curioso performer-scrittore che negli anni - soprattutto dal 1990 - ha messo in pratica alcune attività tipicamente situazioniste: Sinclair cammina in certe zone (Londra e dintorni, soprattutto) tracciando un percorso predeterminato; per esempio una V, un cerchio, un itinerario storico; e durante queste lunghe e difficoltose camminate raccoglie appunti, impressioni, associazioni di pensieri da ciò che vede, riversandoli poi in testi che cercano di essere una 'storia alternativa' della zona percorsa. Un po' la stessa cosa che fa Perec in "L'intra-ordinario" e nel progetto sull'infanzia ("Je suis né", "W ou le souvenir d'enfance", "Je me souviens").Non ho letto i libri di Sinclair. La sua attività sembra sviluppare in modo intensamente affabulatorio l'idea, che nasce con Debord, di una rivalsa contro la storia - e la geografia - ufficiale. (Per inciso, anche vari artisti italiani dell'Arte povera e poi della Mail Art produssero opere simili, anche se molto più iconografiche e volutamente distaccate, negli anni '70 e '80.)
E va beh.
Dalla lettura dell'articolo su Sinclair mi è venuto da chiedermi in che modo gli strumenti del web possano prendere parte a giochi in qualche modo affini all'attività di Sinclair e compagnia. Chiaramente ci sono molte possibilità: dai viaggi raccontati in tempo reale via podcast, ai percorsi seguiti on line usando le webcam pubbliche - e arricchiti dalle impressioni di quelli che seguono da casa il viaggiatore; e molte altre idee.
Però qua ora volevo più che altro tirare in ballo Google Earth.
Tutti, più o meno, conoscono il programma (o il sito) che permette di vedere dal satellite o da foto aeree ogni zona del pianeta, fino ad ingrandimento (per le zone urbane, più o meno) corrispondente ad una quota di circa 200 metri.
Appena sperimentato Google Earth, avevo pensato che sarebbe stato divertente fare interventi sul territorio visibili con le immagini satellitari. Però Google Earth, come gli altri siti di mappatura aerea, non è aggiornato di continuo: le immagini, anzi, possono essere vecchie anche di diversi anni. Impossibile quindi, per esempio, stendere per terra una scritta di 30x30 metri e poi rivederla attraverso il web (almeno non subito: probabilmente se faccio una modifica vistosa e permanente sul territorio la si vedrà in futuro). Al momento si può solo "viaggiare" in volo attraverso il pianeta.
Però in futuro, chi lo sa, potrebbe essere possibile accedere via web ad una mappatura fotografica del mondo aggiornata in tempo pressoché reale (al momento possono farlo solo alcuni governi, e con un dettaglio tale da leggere la scritta che uno ha sulla T shirt): allora in quel futuro si potrà lasciare sulle spiagge degli SOS fatti con i rami; o sui tetti dei messaggi di protesta (o magari solo delle scritte come oggi si lasciano sui muri).
Per ora, solo fotomontaggi. ;)
venerdì, 28 ottobre 2005
Notizia pour les perecquiens: le edizioni Inculte hanno ripubblicato il numero della rivista de l'ARC dedicato a Georges Perec, riveduto ed ampliato. Pare sia possibile acquistarlo on line qui, ma per ora non funziona (magari a novembre).
Georges Perec (Editions Inculte / novembre 2005) 256 pages / 10, 50 euros
Georges Perec (Editions Inculte / novembre 2005) 256 pages / 10, 50 euros
Réédition augmentée et corrigée du volume collectif de la revue de l'ARC consacrée à Georges Perec. Au programme : un long entretien avec Perec, des inédits de l'auteur, des textes critiques signés Harry Mathews, P.OL. Paul Virilio , Bernard-Olivier Lancelot, Jacques Roubaud, Gilbert Lascault, Jean Duvignaud, Julio Cortazar, Bernard Pingaud, Catherine Clément, Robert Misrahi, etc. En postface, un long texte de Laird Hunt, romancier américain et spécialiste de Perec.
Il senso dell'opera d'arte individuale nel mercato massificato della cultura; un particolare significato di "élite".
Rileggo una mia recensione di qualche anno fa (sul libro postumo di William Gaddis "Agàpe, agape", tutt'ora non tradotto in italiano) e mi accorgo di come contenga spunti ancora stimolanti. Mi accorgo anche che ha qualche connessione con discussioni di pochi giorni fa (su Vibrisse, su Lipperatura, su Roquentin).Mi pare persino che le parole di Gaddis prefigurino un uso del web per la letteratura e l'arte ancora oggi non raggiunto. Mi accorgo infine di aver completamente dimenticato ciò che mi era parso valido quando ho scritto la rece, che perciò ripropongo qui.
Lo straordinario, ultimo testo di William Gaddis esce ad alcuni anni dalla morte dell'autore (avvenuta alla fine del 1998), per sua esplicita volontà.
È un monologo di circa 90 pagine in cui uno scrittore malato terminale di enfisema polmonare (come Gaddis) cerca di ricapitolare e mettere insieme un testo al quale ha lavorato per decenni, un testo che doveva essere una storia della pianola meccanica negli USA come emblema della massificazione e devastazione della creazione artistica.
L'impianto autoreferenziale e autobiografico è fin troppo evidente fin dall'inizio: Gaddis raccolse davvero materiale su quell'argomento per almeno 40 anni, una quantità enorme di materiale per un'opera che poi decise di trasformare in un breve romanzo, "Agape, agape", appunto.
In questa scelta - così come nella costruzione autoreferenziale - è contenuto in parte il senso del testo e le tesi che sostiene: la rinuncia a scrivere un testo desiderato per tutta la vita contiene infatti il soccombere dell'artista singolo di fronte alla società tecnologicamente massificata; e tuttavia questa rinuncia non è una sconfitta, come si deduce dalla ultime pagine del testo.
Il protagonista di "Agape, agape" denuncia dunque l'uccisione dell'artista per effetto della tecnologia, della massificazione del gusto, della democrazia: una tesi indubbiamente elitarista e reazionaria, e certamente non nuova (Eliot, Pound, Jünger si muovono su corde simili, per citare i primi che mi vengono in mente): "...because that's what it's about, that's what my work is about, the collapse of everything, of meaning, of language, of values, of art, disorder and dislocation wherever you look..."
E ancora: "...where individual is lost, the unique is lost, where authenticity is lost not just authenticity but the whole concept of authenticity, that love for the beautiful creation before it's created that that, (...) That natural merging of created life in this creation in love that transcends it, a celebration of the love that created it they called agape, that love feast in the early church, yes."
La tesi apocalittico-elitarista per cui l'arte massificata può solo soddisfare l'entertainment e la tecnologia ha permesso ciò (Gaddis cita vari autori, persino Flaubert quando dice "L'unico sogno della democrazia è di elevare il proletariato al livello di stupidità della borghesia") è radicale e non nuova, appunto - tanto meno condivisibile.
Ma il senso del testo di Gaddis, IMHO, non è questo.
Il suo citare Tolstoj (La sonata a Kreutzer), Melville (Moby Dick), Bernhard (Il soccombente, vero modello ispiratore di Agape, agape, tanto che Gaddis scrive nei suoi appunti che sembra che Bernhard abbia rubato le sue idee ancora prima che lui le avesse), du Maurier (Trilby), Huizinga, Freud etc. non serve ad argomentare quella tesi bensì a indicare la affinità tra menti diverse in epoche diverse e la fratellanza (agape) tra queste individualità che è il risultato ancora possibile della creazione artistica - risultato e motore ancora possibile, anche oggi, della creazione artistica.
"...they'd say I'm afraid of the death of the elite because it means the death of me of course I can't really blame them, I've been wrong about everything in my life it's all been fraud and fiction, let everybody down except my daughters..."
Gaddis parla di sé, in realtà. E nelle ultime pagine il gioco del racconto autoreferenziale svanisce ed è l'autore che parla direttamente al lettore, senza più gioco o ironia (forse da ciò, anche, è venuta l'esigenza di imporre alcuni anni di attesa, dopo la sua morte, prima di pubblicare il testo).
Alcuni versi di Michelangelo (presenti in tutte le opere di Gaddis) esplicitano questo riferimento autobiografico: "O Dio, o Dio, o Dio/ Chi m'ha tolto a me stesso/ Ch'a me fusse più presso/ O più di me potessi, che poss'io?/ O Dio, o Dio...".
Lo scrittore anziano e malato, di fronte alla stesura di un'opera che deve rinunciare a scrivere, punta l'attenzione su quel "se stesso che avrebbe potuto fare di più", sulle possibilità di un artista da giovane frustrate dal mercato tecnologicamente massificato. Frustrate perché? Forse per aver cercato il consenso e l'immortalità in un'epoca in cui ciò è impossibile se non rinunciando a se stessi, appunto ("Quale immortalità se oggi c'è una nuova generazione ogni 4 giorni?", dice Gaddis).
La sconfitta individuale (del Soccombente Friedrich o dello scrittore di "Trilby" Svengali; ma anche di Gaddis che scrive "Il mio primo libro è diventato il mio nemico") è dunque frutto di un'ambizione troppo egocentrica e soprattutto male indirizzata: non il mercato massificato può fruire dell'opera creata dal "se stesso che può fare di più", ma proprio l'autore e soprattutto altri uomini con una sensibilità affine alla sua. In questo senso l'opera d'arte senza compromessi ha ancora senso.
Una tesi fino in fondo elitarista, senza dubbio, ma che assume credibilità come 'confessione' individuale (per di più sul letto di morte).
Oltre a tutto ciò, non bisogna scordare di dire che il testo è assolutamente bellissimo.
Rileggo una mia recensione di qualche anno fa (sul libro postumo di William Gaddis "Agàpe, agape", tutt'ora non tradotto in italiano) e mi accorgo di come contenga spunti ancora stimolanti. Mi accorgo anche che ha qualche connessione con discussioni di pochi giorni fa (su Vibrisse, su Lipperatura, su Roquentin).Mi pare persino che le parole di Gaddis prefigurino un uso del web per la letteratura e l'arte ancora oggi non raggiunto. Mi accorgo infine di aver completamente dimenticato ciò che mi era parso valido quando ho scritto la rece, che perciò ripropongo qui.Lo straordinario, ultimo testo di William Gaddis esce ad alcuni anni dalla morte dell'autore (avvenuta alla fine del 1998), per sua esplicita volontà.
È un monologo di circa 90 pagine in cui uno scrittore malato terminale di enfisema polmonare (come Gaddis) cerca di ricapitolare e mettere insieme un testo al quale ha lavorato per decenni, un testo che doveva essere una storia della pianola meccanica negli USA come emblema della massificazione e devastazione della creazione artistica.
L'impianto autoreferenziale e autobiografico è fin troppo evidente fin dall'inizio: Gaddis raccolse davvero materiale su quell'argomento per almeno 40 anni, una quantità enorme di materiale per un'opera che poi decise di trasformare in un breve romanzo, "Agape, agape", appunto.
In questa scelta - così come nella costruzione autoreferenziale - è contenuto in parte il senso del testo e le tesi che sostiene: la rinuncia a scrivere un testo desiderato per tutta la vita contiene infatti il soccombere dell'artista singolo di fronte alla società tecnologicamente massificata; e tuttavia questa rinuncia non è una sconfitta, come si deduce dalla ultime pagine del testo.
Il protagonista di "Agape, agape" denuncia dunque l'uccisione dell'artista per effetto della tecnologia, della massificazione del gusto, della democrazia: una tesi indubbiamente elitarista e reazionaria, e certamente non nuova (Eliot, Pound, Jünger si muovono su corde simili, per citare i primi che mi vengono in mente): "...because that's what it's about, that's what my work is about, the collapse of everything, of meaning, of language, of values, of art, disorder and dislocation wherever you look..."
E ancora: "...where individual is lost, the unique is lost, where authenticity is lost not just authenticity but the whole concept of authenticity, that love for the beautiful creation before it's created that that, (...) That natural merging of created life in this creation in love that transcends it, a celebration of the love that created it they called agape, that love feast in the early church, yes."
La tesi apocalittico-elitarista per cui l'arte massificata può solo soddisfare l'entertainment e la tecnologia ha permesso ciò (Gaddis cita vari autori, persino Flaubert quando dice "L'unico sogno della democrazia è di elevare il proletariato al livello di stupidità della borghesia") è radicale e non nuova, appunto - tanto meno condivisibile.
Ma il senso del testo di Gaddis, IMHO, non è questo.
Il suo citare Tolstoj (La sonata a Kreutzer), Melville (Moby Dick), Bernhard (Il soccombente, vero modello ispiratore di Agape, agape, tanto che Gaddis scrive nei suoi appunti che sembra che Bernhard abbia rubato le sue idee ancora prima che lui le avesse), du Maurier (Trilby), Huizinga, Freud etc. non serve ad argomentare quella tesi bensì a indicare la affinità tra menti diverse in epoche diverse e la fratellanza (agape) tra queste individualità che è il risultato ancora possibile della creazione artistica - risultato e motore ancora possibile, anche oggi, della creazione artistica.
"...they'd say I'm afraid of the death of the elite because it means the death of me of course I can't really blame them, I've been wrong about everything in my life it's all been fraud and fiction, let everybody down except my daughters..."
Gaddis parla di sé, in realtà. E nelle ultime pagine il gioco del racconto autoreferenziale svanisce ed è l'autore che parla direttamente al lettore, senza più gioco o ironia (forse da ciò, anche, è venuta l'esigenza di imporre alcuni anni di attesa, dopo la sua morte, prima di pubblicare il testo).
Alcuni versi di Michelangelo (presenti in tutte le opere di Gaddis) esplicitano questo riferimento autobiografico: "O Dio, o Dio, o Dio/ Chi m'ha tolto a me stesso/ Ch'a me fusse più presso/ O più di me potessi, che poss'io?/ O Dio, o Dio...".
Lo scrittore anziano e malato, di fronte alla stesura di un'opera che deve rinunciare a scrivere, punta l'attenzione su quel "se stesso che avrebbe potuto fare di più", sulle possibilità di un artista da giovane frustrate dal mercato tecnologicamente massificato. Frustrate perché? Forse per aver cercato il consenso e l'immortalità in un'epoca in cui ciò è impossibile se non rinunciando a se stessi, appunto ("Quale immortalità se oggi c'è una nuova generazione ogni 4 giorni?", dice Gaddis).
La sconfitta individuale (del Soccombente Friedrich o dello scrittore di "Trilby" Svengali; ma anche di Gaddis che scrive "Il mio primo libro è diventato il mio nemico") è dunque frutto di un'ambizione troppo egocentrica e soprattutto male indirizzata: non il mercato massificato può fruire dell'opera creata dal "se stesso che può fare di più", ma proprio l'autore e soprattutto altri uomini con una sensibilità affine alla sua. In questo senso l'opera d'arte senza compromessi ha ancora senso.
Una tesi fino in fondo elitarista, senza dubbio, ma che assume credibilità come 'confessione' individuale (per di più sul letto di morte).
Oltre a tutto ciò, non bisogna scordare di dire che il testo è assolutamente bellissimo.
mercoledì, 26 ottobre 2005
E' un'opera teatrale in tre atti, si intitola "The beat generation" (originale), pare sia saltata fuori da poco dalle carte "bottomless" di Jack Kerouac. Ne hanno fatto pubblica lettura (parziale) a New York Ethan Hawk e un paio di giovani attori.Kerouac scrisse questo lavoro mentre aspettava l'uscita di "On the road".
Mai pubblicata né conosciuta, l'opera fu usata tuttavia - limitatamente al terzo atto - per il soggetto di "Pull My Daisy,"un film del 1959 con Allen Ginsberg, Gregory Corso e Larry Rivers, e con la voce fuori campo di Kerouac.
Alla lettura era presente anche A. M. Homes che, tanto per dar sugo al gossip, ha detto che da adolescente, scoprendo i libri di Kerouac, aveva saputo anche che lo scrittore era stato ricoverato al Bethesda Naval Hospital nel periodo del suo concepimento: da ciò aveva fantasticato poter essere Kerouac suo padre - e Susan Sontag sua madre.
C'è poi un aneddoto divertente sulla "fine" della beat generation, ma non ho voglia di tradurlo.
Tutto ciò solo per informazione. Io non vado pazzo per Kerouac.
Nella foto, da sinistra, Ethan Hawk e la Homes
Meglio tardi che mai. Arcoiris è un archivio web gratuito di filmati decisamente poco diffusi. Ci si trovano, spulciando, vere rarità.
Per esempio, questo Pasolini che parla della "Lettera ad una professoressa" dei ragazzi di Don Milani pare si trovi soltanto qui - sebbene il materiale tv su Pasolini sia stato proposto qua e là molte volte. (Questo filmato richiede RealPlayer; per gli altri si può scegliere il formato.)
O questo ciclo di conferenze filosofiche curate da Salvatore Natoli sul tema "Le virtù dei non credenti" (tema che torna spesso nel blog Azione Parallela)
O questi commenti estemporanei di Furio Colombo e Umberto Eco sorpresi in diretta dalla notizia dell'elezione di Ratzinger.
O questo incontro con Sergio Rotino e Davide Bregola su "Resistenza60". O 'uest'altro com Giulio Mozzi.
Eccetera.
Chiaramente Arcoiris e i filmati che contiene sono tutti di un certo tipo, hanno per lo più una connotazione politica precisa. Ma sono filmati, non interpretazioni. Video canta e villan dorme.
Per esempio, questo Pasolini che parla della "Lettera ad una professoressa" dei ragazzi di Don Milani pare si trovi soltanto qui - sebbene il materiale tv su Pasolini sia stato proposto qua e là molte volte. (Questo filmato richiede RealPlayer; per gli altri si può scegliere il formato.)
O questo ciclo di conferenze filosofiche curate da Salvatore Natoli sul tema "Le virtù dei non credenti" (tema che torna spesso nel blog Azione Parallela)
O questi commenti estemporanei di Furio Colombo e Umberto Eco sorpresi in diretta dalla notizia dell'elezione di Ratzinger.
O questo incontro con Sergio Rotino e Davide Bregola su "Resistenza60". O 'uest'altro com Giulio Mozzi.
Eccetera.
Chiaramente Arcoiris e i filmati che contiene sono tutti di un certo tipo, hanno per lo più una connotazione politica precisa. Ma sono filmati, non interpretazioni. Video canta e villan dorme.
martedì, 25 ottobre 2005
"Vibrisse" annuncia la chiusura dei commenti, causa difficoltà da parte di Giulio Mozzi a gestire il flusso di spam senza incappare in qualche errore e relative proteste.
Allora, se la decisione non è frutto di uno dei giorni saturnini che capitano a volte a Giulio, nessuno sa dare suggerimenti concreti per gestire in automatico almeno parte del filtraggio dello spam?
Andiamo! Quelli tecnicamente 'imparati' facciano uno sforzino.
Allora, se la decisione non è frutto di uno dei giorni saturnini che capitano a volte a Giulio, nessuno sa dare suggerimenti concreti per gestire in automatico almeno parte del filtraggio dello spam?
Andiamo! Quelli tecnicamente 'imparati' facciano uno sforzino.
sabato, 22 ottobre 2005
Nicholson Baker è un signore di 48 anni che ne dimostra di più (è un po' calvo, canuto, panciuto) ma la cui faccia è bonaria quanto il suo modo di scrivere. Bon, questo dice niente, non è pertinente e fa molto critica da salotto; quindi Nicholson Baker è un signore di 48 anni che ne dimostra di più (è un po' calvo, canuto, panciuto) ma la cui faccia è bonaria quanto il suo modo di scrivere., ecco.
Dunque, "L'ammezzato" ("The mezzanine", 1986) è il primo romanzo di Baker. I suoi successivi 9 libri - almeno i romanzi - pare abbiano lo stesso taglio narrativo del primo. E nel primo - L'ammezzato, appunto, per tutte le 157 pagine si descrivono i fatti minimali e i pensieri di un impiegato di una grande azienda durante la sua pausa-pranzo. Per di più il protagonista è un giovane molto garbato, semplice, forse anche non tanto acuto, con un gusto tutto interiore per le elucubrazioni sulle proprie vicende quotidiane e sui propri ricordi. Il punto di partenza di questa non-storia, per esempio, è il fatto che al protagonista si rompe una stringa di una scarpa il giorno dopo esserglisi rotta l'altra: coincidenza che dà da pensare! E Howie (il protagonista) fa partire da lì il flusso dei suoi pensieri e ricordi (quando ha imparato a legarsi le stringhe da solo; quali altri tappe hanno segnato la sua crescita; come si usurano le stringhe? nel legarsele o nel camminare? e in modo simmetrico o no?). In quell'ora di pausa-pranzo il flusso dei pensieri si svolge incessante in un intreccio di ricordi e di piccoli fatti esterni, sempre narrati con piana serenità, quasi come in un romanzo di Walser o di Eichendorf. La predominanza delle divagazioni nella scrittura di Baker è del resto evidenziata dal fatto che quasi in ogni pagina c'è una nota a piè, spesso assai più lunga del testo sopra stante.
Ora, a dirla così il lettore medio si martellerebbe probabilmente le rotule, piuttosto che leggere "L'ammezzato" - anch'io ho pensato 'oggesù, ma è tutto così?'; e invece Baker riesce a rendere avvincente (insomma, quasi) e interessante il flusso di quotidianità, di semplicità e di 'infanzia' nei pensieri del tranquillo impiegato Howie. E poco a poco le sue riflessioni su penne biro, scale mobili, salviette da bagno, modi di salutarsi tra colleghi, superfici lucide, differenza tra le cannucce di carta e quelle di plastica, fotocopiatrici e relativo odore, tappi per le orecchie et multa cetera, questo flusso joyciano e così decisamente antijoyciano costruiscono un mondo riconoscibile per chiunque, popolato di innumerevoli oggetti comuni la cui elencazione e disamina è in effetti il vero edificio narrativo percorso dal romanzo.
Per di più il ruolo di questi oggetti nei ricordi del protagonista è decisamente postmoderno: l'attenzione alle marche e alle confezioni, e al loro modificarsi astorico è un tratto inequivocabile. E un altro elemento congiunge Baker ai propri contemporanei americani: l'attenzione - fortemente coinvolgente per il lettore - verso quelle piccole azioni che ciascuno, più o meno, ha compiuto nella vita ma delle quali non ha mai parlato a nessuno (per es., in DeLillo, il lavarsi i denti usando un dito; o il chiudere gli occhi per tot secondi guidando in autostrada; in Baker, il comportamento per evitare di salutare un conoscente che si incrocia).
Quindi, chi volesse leggere qualcuno dei romanzi di Baker tradotti (ce ne sono 5, mi pare) è avvertito, poi non venga a dire ecc.
Gli infervorati e messianici fautori della "rivoluzione del web" son pregati di tenere il loro probabile disprezzo per libri come "Il mezzanino" dentro la cerchia dei propri sodali. ;)
giovedì, 20 ottobre 2005
Alessandro Piperno e Dario Vergassolamercoledì, 19 ottobre 2005
Trovo e riporto il seguente comunicato.
21, 22, 23 ottobre - Politicamente Scorretto - La letteratura indaga i gialli della politica
Un'iniziativa che si svolgerà il 21, 22, 23 ottobre 2005 presso la Casa della Conoscenza di Casalecchio di Reno e in diretta web su www.politicamentescorretto.net
Tre giorni di convegni, dibattiti, reading, testimonianze, presentazioni di libri, film e mostre, ideata e promossa dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Casalecchio di Reno con la collaborazione di Carlo Lucarelli, Andrea Camilleri e Libero Mancuso nel Comitato Scientifico.
Tre giorni d'indagine sui misteri irrisolti e omissis inquietanti della nostra Repubblica. Una sfida civile e culturale insieme che trova senso e radici nella storia di Casalecchio di Reno, scenario della tragedia del Salvemini e di uno
degli omicidi della Uno Bianca, e diventa emblema di quella dell'intera Provincia, drammatico sfondo di tante barbare stragi ed efferati delitti. Una sfida all'oblio del tempo, al giogo della paura e dell'assuefazione, al senso di impotenza e al fatalismo nel quale ormai quotidianamente cerchiamo difesa. Una sfida che usa l'unica arma degna
della società civile: la cultura.
Il programma completo e la diretta web il 21, 22,23 su www.politicamentescorretto.org
Tommaso Venturini
Una sorta di sondaggio organizzato da Prospect Magazine ha scelto l'intellettuale (vivente) più importante del pianeta (ovvero dell'occidente anglofono, per la precisione). Con 20.000 voti raccolti in totale (dilettanti!), ecco stilata la classifica, che nella top five vede- Noam Chomsky
- Umberto Eco
- Richard Dawkins
- Václav Havel
- Christopher Hitchens
Su questo sondaggio, ironizza il Sunday Times - troppo facile.
(Ah, è sottinteso che la scelta di Chomsky non ha niente a che fare con la Linguistica.)
domenica, 16 ottobre 2005
Riguardo all'utilizzo del web come canale di diffusione della letteratura ci sono in corso diversi thread su vari blog (qui, qui, qui eccetera).
Trovo invece qua un'idea interessante (l'ho trovata su indicazione di Booksblog). Non tanto originale, però forse efficace.
In pratica è un comune premio letterario riservato a narrativa 'derivata' da blog: The Lulu Blooker Prize. I proponenti americani chiamano "blooks" i libri così prodotti. Più chiaramente: "A blook is a book with content that was developed in a significant way from material originally presented on a blog, web-comic or other website. This material includes the website's characters, themes, ideas or outline that ends up getting published as a printed book." L'iniziativa è promossa e sponsorizzata da Lulu, ovvero la principale azienda americana di print-on-demand (che così ovviamente si pubblicizza).
Mi chiedo se una roba simile sia mai stata fatta in Italia, dove di blooks se ne contano già un tot.
Trovo invece qua un'idea interessante (l'ho trovata su indicazione di Booksblog). Non tanto originale, però forse efficace.
In pratica è un comune premio letterario riservato a narrativa 'derivata' da blog: The Lulu Blooker Prize. I proponenti americani chiamano "blooks" i libri così prodotti. Più chiaramente: "A blook is a book with content that was developed in a significant way from material originally presented on a blog, web-comic or other website. This material includes the website's characters, themes, ideas or outline that ends up getting published as a printed book." L'iniziativa è promossa e sponsorizzata da Lulu, ovvero la principale azienda americana di print-on-demand (che così ovviamente si pubblicizza).
Mi chiedo se una roba simile sia mai stata fatta in Italia, dove di blooks se ne contano già un tot.
mercoledì, 12 ottobre 2005
I due migliori scrittori italiani (viventi) sono
Michele Mari
Antonio Franchini.
Completamente diversi tra di loro, ma ugualmente una spanna sopra a tutti gli altri.
Forse sarebbe il caso di dire anche perché, ma ora non ho voglia.
(a sinistra Mari, a destra Franchini)
Michele Mari
Antonio Franchini.
Completamente diversi tra di loro, ma ugualmente una spanna sopra a tutti gli altri.
Forse sarebbe il caso di dire anche perché, ma ora non ho voglia.
(a sinistra Mari, a destra Franchini)
Günter Grass, intervistato da LeMonde sulla letteratura di oggi e i suoi scopi, dice alcune cose valide anche fuori dalla Germania. (I neretti sono miei.)

Si la littérature a un effet, avec retard sinon c'est "de l'agit-prop", c'est de faire ressurgir ce qui a été perdu, non de le reconquérir mais de le remettre au jour alors qu'il risque d'être enfoui sous le poids du passé et de la politique. "La littérature est un antipoison contre l'oubli", dit le prix Nobel 1999. Depuis Die Blechtrommel (Le Tambour, Seuil, 1961) jusqu'à Im Krebsgang (En crabe, Seuil, 2002), il a, dans le style du roman picaresque qu'il revendique, voulu écrire l'histoire d'en bas, du point de vue des perdants et des vaincus "La victoire rend idiot", affirme-t-il. Il se réfère volontiers au Simplicissismus de Grimmelshausen. Ce roman du XVIIe siècle, le premier qui ait compté en langue allemande, décrit la vie quotidienne pendant la guerre de Trente Ans mieux que tous les ouvrages scientifiques. Certains critiques de gauche ont reproché à Grass d'avoir, dans En crabe, présenté des Allemands, embarqués sur le paquebot Wilhelm-Gustloff qui fut envoyé par le fond par une torpille soviétique en janvier 1945, comme des victimes de la guerre, brisant ainsi un tabou de la gauche allemande. Grass assume : "Oui, des victimes de leur propre histoire, dit-il . La génération 68 ne voulait pas en entendre parler. A juste raison, elle a protesté contre la génération de ses pères qui s'était tue. Mais elle ne voulait pas non plus prendre en compte ce que cette génération, par sa propre faute certes - c'est elle qui a porté Hitler au pouvoir - avait souffert."
[...]
Dans les années 1980-1990, les jeunes auteurs allemands ont essayé de se détourner de l'histoire. Ils écrivaient une littérature que Grass qualifie de "nombriliste" "à trente ans et moins, ils rédigeaient déjà leur autobiographie". La réunification leur a apporté une nouvelle thématique. Les Allemands n'échappent pas au passé, sous une forme ou sous une autre. La confrontation est permanente, comme la tentation de tirer un trait. "Bien sûr, mes petits-enfants sont plus sûrs d'eux que mes enfants, y compris à l'étranger, en tant qu'Allemands, explique-t-il. Mais la discussion sur le passé remonte, de génération en génération. Et je considère que c'est un bien. On peut dire que nous n'avons pas le choix. La défaite a été telle que nous ne pouvons pas faire autrement. C'est peut-être une ironie de l'histoire que l'on n'arrive à une analyse de son propre comportement que grâce à une défaite aussi totale. Quand je pense que les puissances victorieuses, qui ont des crimes beaucoup moins graves à se reprocher, par exemple le colonialisme, refusent de les voir, c'est un scandale."

Si la littérature a un effet, avec retard sinon c'est "de l'agit-prop", c'est de faire ressurgir ce qui a été perdu, non de le reconquérir mais de le remettre au jour alors qu'il risque d'être enfoui sous le poids du passé et de la politique. "La littérature est un antipoison contre l'oubli", dit le prix Nobel 1999. Depuis Die Blechtrommel (Le Tambour, Seuil, 1961) jusqu'à Im Krebsgang (En crabe, Seuil, 2002), il a, dans le style du roman picaresque qu'il revendique, voulu écrire l'histoire d'en bas, du point de vue des perdants et des vaincus "La victoire rend idiot", affirme-t-il. Il se réfère volontiers au Simplicissismus de Grimmelshausen. Ce roman du XVIIe siècle, le premier qui ait compté en langue allemande, décrit la vie quotidienne pendant la guerre de Trente Ans mieux que tous les ouvrages scientifiques. Certains critiques de gauche ont reproché à Grass d'avoir, dans En crabe, présenté des Allemands, embarqués sur le paquebot Wilhelm-Gustloff qui fut envoyé par le fond par une torpille soviétique en janvier 1945, comme des victimes de la guerre, brisant ainsi un tabou de la gauche allemande. Grass assume : "Oui, des victimes de leur propre histoire, dit-il . La génération 68 ne voulait pas en entendre parler. A juste raison, elle a protesté contre la génération de ses pères qui s'était tue. Mais elle ne voulait pas non plus prendre en compte ce que cette génération, par sa propre faute certes - c'est elle qui a porté Hitler au pouvoir - avait souffert."
[...]
Dans les années 1980-1990, les jeunes auteurs allemands ont essayé de se détourner de l'histoire. Ils écrivaient une littérature que Grass qualifie de "nombriliste" "à trente ans et moins, ils rédigeaient déjà leur autobiographie". La réunification leur a apporté une nouvelle thématique. Les Allemands n'échappent pas au passé, sous une forme ou sous une autre. La confrontation est permanente, comme la tentation de tirer un trait. "Bien sûr, mes petits-enfants sont plus sûrs d'eux que mes enfants, y compris à l'étranger, en tant qu'Allemands, explique-t-il. Mais la discussion sur le passé remonte, de génération en génération. Et je considère que c'est un bien. On peut dire que nous n'avons pas le choix. La défaite a été telle que nous ne pouvons pas faire autrement. C'est peut-être une ironie de l'histoire que l'on n'arrive à une analyse de son propre comportement que grâce à une défaite aussi totale. Quand je pense que les puissances victorieuses, qui ont des crimes beaucoup moins graves à se reprocher, par exemple le colonialisme, refusent de les voir, c'est un scandale."
domenica, 09 ottobre 2005
Avrei una proposta operativa per tutti gli scrittori in attività.Dunque. Ho letto questo articolo sul New York Times in cui l'autore, James Atlas, parla della diffusione della letteratura biografica in UK. Nel Regno Unito, pare, le biografie sono un genere assai popolare; enormemente più popolare che negli USA. In UK si scrivono biografie anche, per dire, sui parenti dei personaggi storici minori o di scrittori assolutamente dimenticati; ci sono autori specializzati in biografie che godono però anche di notevole considerazione come letterati. come scrittori.
Così Atlas descrive il settore Biografie della letteratura inglese, e poi spiega come mai, secondo lui, nel mercato editoriale americano le cose vadano diversamente.
Negli Usa infatti le biografie pubblicate sono forse un decimo di quelle britanniche ("We lack the biography gene"), e tendono ad essere monumentali studi-fiume. Come mai? Secondo l'articolista, gli inglesi hanno il vantaggio di vivere in un ambiente culturalmente e geograficamente compatto, in continuità con la lunga storia di quel paese. "It may be that America is too amorphous, too diverse, too sprawling in its sheer immensity to produce biographies on the human scale of English biography", dice Atlas.
E vabè. E in Italia [alla proposta per gli scrittori ci arrivo, calma], il 'biografismo' come va? Mah, direi che il genere è praticato e letto con moderazione. Quelle collane ben rilegate con le apologie delle vite di personaggi storici gloriosi ed eroici (ce n'era una di Dall'Oglio, ricordo, perfetta per adornare gli scaffali dei salotti piccolo borghesi) mi pare siano sparite; restano le opere degli storici e quelle dei giornalisti (che talvolta sono biografie in istant book), nonché le finte autobiografie dei personaggi che sfruttano il momento di successo per farsi scrivere da terzi la loro storia, a vantaggio dei fan. I biografi-romanzieri di professione credo siano inesistenti, su questi lidi (non lo so, in realtà: da lettore non frequento il genere).
Invece in UK, dice l'articolista americano, grazie appunto anche a questa omogeneità e compattezza culturale, i biografi producono opere avvincenti e di larga diffusione perché sanno identificarsi col personaggio che biografizzano; scrivono biografie come fossero autobiografie 'fantastiche'. Si comportano come quei filologi che postulano la non raggiungibilità della fonte originale (cfr. Canfora, "Il copista come autore") e che analizzano col proprio sapere le forme trasformate dei dati attraverso la storia della loro tradizione, del loro essere tramandati. In sostanza, quei biografi inglesi scrivono storie plausibilmente romanzate; e ci riescono, pare, grazie alla loro profonda conoscenza della propria storia, della propria cultura, del proprio mondo.
Bene. Allora, pensavo, tutti gli scrittori di oggi così profondamente immersi nel proprio presente e nella propria prospettiva soggettiva, ma perchè non fanno un passo oltre e non scrivono biografie di personaggi reali - o plausibili? Chiaro che avanti a tutto ci vuole la capacità di scrivere e la consistenza di ciò che si vuol dire; sennò viene fuori uno schifo. Per esempio - dico così a caso - una storia con protagonisti Carlo Rubbia, Aldo Busi, Camillo Ruini e un tassista romano; oppure Carmelo Bene, Pasolini e Paolo Poli; o magari Gene Gnocchi (oggi), un azionista Parmalat, Paolo Nori e i loggionisti del Regio. Cambiando i nomi? Sì, cambiando i nomi, ma anche no: qualche querela non farebbe male, se il testo ha dei meriti (aiuta a superare i problemi di distribuzione, per dire).
Sì, so che opere di narrativa con improbabili incontri di nomi noti ci sono già (c'è chi ha messo in una storia Padre Pio e Eva Kant; o chi ha fatto apparire Cary Grant in un plot contorto; o chi ha abilmente manovrato grandi intellettuali del passato quali Benjamin, Bloch, Gadda e Tzara); ma la cosa che mi sono immaginato è di leggere una storia di oggi, con personaggi di oggi, che non sia una parodia di cronaca o di giornalismo, che non si appoggi solo ai nomi che adopera; bensì sia fiction, in tutto e per tutto. Bene, io la butto lì. Non so scrivere.
sabato, 08 ottobre 2005
Ripesco una specie di recensione scritta nel 2001 riguardo a L'estensione del dominio della lotta di Houellebecq. Cose di newsgroup, ma non son mai stato prolisso, quindi si può rileggere.I 4 anni trascorsi si vedono eccome (infatti mi fa male la schiena, e 4 anni fa proprio no - sigh). Direi che un po' di cose son cambiate, eh sì. E probabilmente il romanzo di MH apparirebbe oggi ancora più datato.
Consider the lobster and other essays, il prossimo libro di David Foster Wallace, è già in circolazione in forma di bozze rilegate, copie per il lettore, versioni non definitive. Qui, per esempio, è in vendita un "advance sampler" (il che richiama alla memoria il primo racconto di Oblivion, Mr.Squishy
). Anche su eBay sono già transitate diverse copie; questa è all'asta al momento, ma bisogna prima chiedere al venditore se spedisce fuori dagli USA. Ovviamente la cosa interessa fanatici collezionisti e/o mercanti speculatori.
mercoledì, 05 ottobre 2005
Tra pochi giorni verrà assegnato il premio Nobel per la letteratura. In testa al borsino Philip Roth, seguito da John Updike . Almeno in questo sito.
domenica, 02 ottobre 2005
La letteratura inutile/2
Neanche a farlo apposta, appena scritto il post sull'intervista a George Steiner - nella quale il grande critico invita gli scrittori di oggi ad occuparsi di più del progresso scientifico e tecnologico - mi capita sotto gli occhi un lungo saggio del critico americano Tom LeClair che riflette sull'influenza di Thomas Pynchon sulla letteratura americana contemporanea attraverso l'analisi delle opere di tre autori dichiaratamente debitori verso lo scrittore di Long Island: Richard Powers, William Vollmann e David Foster Wallace.
Questo lungo articolo, che è del 1996, dice tante cose; ma sottolinea soprattutto la formazione scientifica di Pynchon e la sua capacità di usare le sue conoscenze nella creazione letteraria (a partire da "L'incanto del lotto 49") in un modo mai visto prima. E Powers, Vollmann e Wallace, benché non abbiano una formazione scientifica analoga a quella di Pynchon, secondo LeClair hanno scritto le loro opere principali tenendo presente anch'essi il ruolo della cultura scientifica nella complessità del mondo contemporaneo, superando il concetto delle "due culture". Nozioni piuttosto precise di fisica, informatica, economia, matematica, ecologia etc. sono elementi non marginali di "Infinite Jest", di "You bright and risen angels"(*), di "The Gold Bug Variations" (e Wallace ha persino scritto un testo divulgativo di matematica: "Nothing and more: a brief history of infinity"); ma ciò che è importante - e che dovrebbe piacere a Steiner - è il fatto che in queste opere le conoscenze scientifiche e tecniche sono integrate nella scrittura e nella narrazione letteraria; non sono oggetto della vicende o elementi dell'intreccio; è in tal modo che quei tre ponderosi romanzi riescono a scrutare nella contemporaneità e nel ruolo che hanno oggi (e domani, a meno di cataclismi non impossibili) la tecnologia e la scienza in un modo particolarmente acuto.
Naturalmente ci sono altri scrittori americani (e non) che hanno usato le conoscenze scientifiche nella narrativa prima dei Tre suddetti: LeClair cita DeLillo, Heller, Gaddis, Coover e altri. Ma ciò che lega Powers, Wallace e Vollmann a Pynchon - questa almeno è la tesi di LeClair - è il fatto di essere stati immersi nella tecnologia fin dai loro esordi - a differenza di DeLillo & co. - per effetto della loro appartenenza anagrafica all'Era dell'informazione; così come Pynchon ha avuto la sua formazione letteraria avendo già conoscenze scientifiche approfondite. questa almeno è la tesi di LeClair. Ma stabilire una genealogia letteraria non è così importante..
Ciò che mi chiedo invece è se ci sono autori italiani che abbiano saputo descrivere un percorso analogo. A me non ne vengono in mente, ma magari non li conosco.
Se però non ce ne sono, come mai? D'accordo che in Italia persino Internet è rimasta a lungo un oggetto quasi misterioso per il mondo umanistico, però ora non dovrebbe essere così; anzi, ora gli scrittori fanno uso larghissimo delle risorse della rete. Però probabilmente la usano senza sapere esattamente di cosa si tratta; e i ciò vale ancora di più per le altre tecnologie rivoluzionarie che hanno trasformato e trasformeranno quel che ci sta attorno.
(*) qui mi affido a ciò che dice LeClair, dato che di Powers non ho letto niente - rimedierò.
Neanche a farlo apposta, appena scritto il post sull'intervista a George Steiner - nella quale il grande critico invita gli scrittori di oggi ad occuparsi di più del progresso scientifico e tecnologico - mi capita sotto gli occhi un lungo saggio del critico americano Tom LeClair che riflette sull'influenza di Thomas Pynchon sulla letteratura americana contemporanea attraverso l'analisi delle opere di tre autori dichiaratamente debitori verso lo scrittore di Long Island: Richard Powers, William Vollmann e David Foster Wallace.
Questo lungo articolo, che è del 1996, dice tante cose; ma sottolinea soprattutto la formazione scientifica di Pynchon e la sua capacità di usare le sue conoscenze nella creazione letteraria (a partire da "L'incanto del lotto 49") in un modo mai visto prima. E Powers, Vollmann e Wallace, benché non abbiano una formazione scientifica analoga a quella di Pynchon, secondo LeClair hanno scritto le loro opere principali tenendo presente anch'essi il ruolo della cultura scientifica nella complessità del mondo contemporaneo, superando il concetto delle "due culture". Nozioni piuttosto precise di fisica, informatica, economia, matematica, ecologia etc. sono elementi non marginali di "Infinite Jest", di "You bright and risen angels"(*), di "The Gold Bug Variations" (e Wallace ha persino scritto un testo divulgativo di matematica: "Nothing and more: a brief history of infinity"); ma ciò che è importante - e che dovrebbe piacere a Steiner - è il fatto che in queste opere le conoscenze scientifiche e tecniche sono integrate nella scrittura e nella narrazione letteraria; non sono oggetto della vicende o elementi dell'intreccio; è in tal modo che quei tre ponderosi romanzi riescono a scrutare nella contemporaneità e nel ruolo che hanno oggi (e domani, a meno di cataclismi non impossibili) la tecnologia e la scienza in un modo particolarmente acuto.
Naturalmente ci sono altri scrittori americani (e non) che hanno usato le conoscenze scientifiche nella narrativa prima dei Tre suddetti: LeClair cita DeLillo, Heller, Gaddis, Coover e altri. Ma ciò che lega Powers, Wallace e Vollmann a Pynchon - questa almeno è la tesi di LeClair - è il fatto di essere stati immersi nella tecnologia fin dai loro esordi - a differenza di DeLillo & co. - per effetto della loro appartenenza anagrafica all'Era dell'informazione; così come Pynchon ha avuto la sua formazione letteraria avendo già conoscenze scientifiche approfondite. questa almeno è la tesi di LeClair. Ma stabilire una genealogia letteraria non è così importante..
Ciò che mi chiedo invece è se ci sono autori italiani che abbiano saputo descrivere un percorso analogo. A me non ne vengono in mente, ma magari non li conosco.
Se però non ce ne sono, come mai? D'accordo che in Italia persino Internet è rimasta a lungo un oggetto quasi misterioso per il mondo umanistico, però ora non dovrebbe essere così; anzi, ora gli scrittori fanno uso larghissimo delle risorse della rete. Però probabilmente la usano senza sapere esattamente di cosa si tratta; e i ciò vale ancora di più per le altre tecnologie rivoluzionarie che hanno trasformato e trasformeranno quel che ci sta attorno.
(*) qui mi affido a ciò che dice LeClair, dato che di Powers non ho letto niente - rimedierò.
venerdì, 30 settembre 2005
su Repubblica di ieri George Steiner risponde ad alcune domande sulla letteratura e la scienza, mostrando - e motivando - ancora una volta la sua poca considerazione per la letteratura di oggi.su quello spunto, qualche considerazione.
il confronto-scontro tra cultura umanistica e cultura scientifica è in voga da quasi un secolo, però, appunto, non tramonta. ed è giusto che sia così, vista la sempre crescente presenza della tecnologia nella società occidentale (e non solo) e la parallela carenza di senso che tale presenza porta con sé. il conflitto è del resto testimoniato dalla ignoranza in materia di scienze che non sembra affatto ridursi; nonché dalle ininterrotte voci di protesta contro il presunto predominio della cultura scientifica (un paradosso, in effetti).
ma non voglio allargare troppo il discorso. prendo un passo dell'intervista a Steiner: "L'opinione, qui a Cambridge, è che siamo prossimi all'apertura delle ultime tre grandi porte. La prima è quella sulla creazione della vita in vitro: le chiamano molecole replicanti. Poi c'è la chiave della nascita dell'universo: secondo Hawking stiamo per conquistarla. Infine la coscienza: Crick sostiene che la possibilità di dire "io" è un fatto chimico, che riguarda la sistemazione delle molecole di carbonio attorno alle sinapsi. Di fronte a queste tre porte, che senso ha un romanzetto inglese su un adulterio a Londra? Quando si riuscirà ad impiantare una memoria nuova nei malati di Alzheimer si modificheranno le nostre concezioni di responsabilità, identità, parentela... Se fossi uno scrittore cercherei di occuparmi di questi temi".
ora, è evidente che la quasi totalità degli scrittori *non* si occupa di quei temi (tocca pensare all'Houellebecq delle Particelle elementari e, a quanto ho capito, a quello dell'ultimo "La possibilità di un'isola"). del resto gli scrittori non hanno la preparazione per trattare quelle questioni; o anche quando ce l'hanno preferiscono decisamente parlare di cose pressoché opposte, anche perché i temi imposti all'attenzione dei singoli, letterati compresi, sono quelli veicolati dai mass media, i quali di questioni scientifiche si occupano ben poco.
chiaramente non penso affatto che parlare d'altro, in letteratura, significhi fare letteratura insignificante; ma è una cosa vistosa il fatto che, di fronte ad una così massiccia e ramificata presenza della tecnologia - povera in sé di senso -, la letteratura abbia rinunciato a parlarne - e a provare a darle senso.
Jannis Kounellis, qualche anno fa, provò a proporre l'idea di dare all'arte il ruolo di portatrice di etica per l'economia. l'economia ovviamente se n'è fregata altamente, ma non per questo l'idea era sbagliata.
giovedì, 29 settembre 2005
ho fatto un piccolo stock di letteratura USA contemporanea:Donald Barthelme, "Atti innaturali, pratiche innominabili", Minimum Fax
John Barth, "Fine della strada", Minimum Fax
Nicholson Baker, "L'ammezzato", Einaudi
Jonathan Lethem, "Men and cartoons", Minimum Fax
Steve Erickson, "Il mare arriva a mezzanotte", Frassinelli
Steve Erickson, "Arc d'X", Fanucci
dei libri di barth e barthelme ho già letto dei capitoli in originale. gli altri sono suggerimenti incrociati.
d'oltreoceano tanta roba, d'oltralpe solo houellebecq. bah.
mercoledì, 28 settembre 2005
Valerio Evangelisti, su Carmilla, replica alla replica di Silvia Dai Pra'. per chi non sapesse di cosa sto parlando (e non è che avrebbe perso granché), si tratta di una polemica innescata da Evangelisti attaccando la stroncatura della Dai Pra' de "Lo sbrego" di Antonio Moresco.Allora, ricapitolando:
- Silvia Dai Pra' stronca Moresco
- Valerio Evangelisti stronca la stroncatura
- Lipperatura e Vibrisse ospitano commenti alla vicenda
- Silvia Dai Pra' replica ai commenti (e ne suscita altri)
- Valerio Evangelisti, come già detto e linkato, risponde
un po' più interessante è il tentativo di Giulio Mozzi di allargare la questione alla presenza dell'autore nella letteratura di oggi, anche se non mi è ben chiaro cosa giulio intenda parlando di autori-corpi contrapposti ad autori-persone: mi pare che sia più rilevante - anche se forse banale - parlare degli autori-personaggi (personaggi pubblici, intendo, non personaggi letterari), categoria che si è allargata ben oltre l'àmbito dei best seller; categoria che forse stride - paradossalmente - con quella un po' maudit dell'opera-vita: gli scrittori la cui vita privata e intellettuale è fortemente influenzata e ossessionata da ciò che scrivono dovrebbero avere particolare difficoltà a prestarsi ai riti ingessati della promozione e dell'incontro col pubblico. Cioran e Houellebecq, per rappresentare due estremi di questa difficoltà.
Da ciò si può tornare nella versione astratta della querelle Evangelisti-Dai Pra' chiedendosi se è lecito dubitare della sincerità e dell'onestà di quegli scrittori che mettono molto delle proprie budelle nella propria opera e tuttavia si prestano all'ordinato giro delle presentazioni in pubblico, delle fiere letterarie, dei passaggi in tv (per i più fortunati) col proprio ultimo libro in mano.





